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Quanto è grande oggi lo spreco globale di plastica?

26 settembre 2025

Quanto è grande oggi lo spreco globale di plastica?

Quanto è grande il problema dei rifiuti plastici globali: numeri chiave e perché servono prevenzione e recupero verificato.

Introduzione

I rifiuti di plastica non sono un incidente di percorso: sono il risultato visibile di un sistema produttivo che privilegia leggerezza, durata e basso costo rispetto al fine vita. La scala è globale e cumulativa: la plastica non scompare, si frammenta e resta nell’ambiente. Questo articolo racconta quanto è grande oggi il problema, perché continua a crescere e quale ruolo può avere il recupero verificato di rifiuti marini e l'intercettazione di quei rifiuti che invece non hanno ancora raggiunto l’Oceano.

I numeri chiave e perché crescono

La produzione supera i sistemi

Dagli anni ’50 la produzione di plastica è cresciuta in modo esponenziale. Nel 2016 ha toccato circa 396 milioni di tonnellate (Mt) l’anno. Più della metà di tutta la plastica vergine è stata prodotta dopo il 2000. Fino al 2017, circa 6.300 milioni di tonnellate erano già diventate rifiuti: il 12% è stato incenerito, il 9% riciclato (e solo in parte più di una volta), mentre quasi quattro quinti si sono accumulati in discarica o nell’ambiente. Il packaging è il principale settore d’impiego, vicino al 40% dei consumi: la vita utile breve fa sì che diventi rifiuto molto rapidamente.

Prezzi bassi e design monouso riducono l’uso a minuti o pochi giorni, perciò gli oggetti diventano rifiuti in fretta. Imballaggi multistrato e alcuni additivi rendono più difficile la selezione e il riciclo. Nel frattempo, la capacità di raccolta e trattamento è cresciuta più lentamente della produzione. Per questo i rifiuti continuano ad aumentare anche dove i consumi pro capite restano stabili.

Generazione e dispersione

Nel 2019 si stima che 6,1 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica siano entrati in fiumi, laghi e nell’Oceano. Sempre al 2019, gli stock accumulati erano circa 109 milioni di tonnellate nei fiumi e circa 30 milioni già nell’Oceano. Poiché il trasporto all’interno dei bacini è lento, la plastica tende ad accumularsi a monte; col tempo questi stock si frammentano in microplastiche e nanoplastiche, aumentando la dispersione e i costi di recupero.

La maggior parte della plastica raggiunge l’acqua a causa della cattiva gestione dei rifiuti: abbandono, discariche non controllate e roghi informali lasciano i materiali esposti a vento e pioggia. I prodotti di breve durata, soprattutto gli imballaggi, generano la quota principale di queste perdite. Una volta in fiumi e canali, i pezzi più leggeri galleggiano e seguono le correnti superficiali; quelli più pesanti o impregnati di acqua affondano o si arenano lungo le aree costiere. Infine, le mareggiate possono rimettere in moto ciò che era rimasto arenato, disperdendolo ancora di più.

Dove il rifiuto diventa inquinamento

Lungo le aree costiere, i rifiuti ocean-bound si accumulano alle foci, nei porti e sulle coste densamente popolate. In mare, oggetti galleggianti, attrezzature fantasma e detriti sul fondale persistono per anni e continuano a muoversi con le correnti. Poiché la plastica resta nell’acqua e nei sedimenti (strati di particelle che si depositano sul fondale), lo stock ereditato conta quanto i nuovi apporti. Servono sia prevenzione a monte—riduzione, riuso e design per il riciclo—sia azione a valle—raccolta, selezione, smaltimento sicuro e recupero verificato dove il rifiuto incontra l’acqua e negli ambienti marini.

Recupero credibile

Ogyre interviene nei punti in cui il rifiuto diventa inquinamento. La sua rete di pescatori, ispirata al modello Fishing for Litter e attiva in Italia, Brasile, Indonesia e Senegal, opera su due fronti coerenti con il problema descritto: in mare, gli equipaggi riportano a terra i detriti incontrati durante le uscite (oggetti galleggianti, attrezzature fantasma, rifiuti sul fondale); lungo le aree costiere, le squadre intercettano i rifiuti ocean-bound a foci, porti e spiagge affollate prima che raggiungano gli ambienti marini. Questo doppio focus riduce i tempi di permanenza sia degli stock ereditati sia delle nuove perdite. Tutti i materiali raccolti vengono consegnati a cooperative certificate per la selezione, il riciclo o lo smaltimento responsabile, privilegiando l’opzione più sostenibile disponibile localmente.

Ogni lotto viene pesato, georeferenziato e registrato in un registro blockchain (un libro mastro digitale non alterabile), e le evidenze sono verificate da soggetti indipendenti. Dati così validati diventano utili per le decisioni, perché permettono di orientare la plastic footprint recovery e i finanziamenti verso punti di raccolta sotto-serviti e di avviare i materiali al miglior fine vita disponibile in loco, rafforzando l’economia circolare.

Cosa implica la scala

La scala è il punto centrale: ogni anno si producono centinaia di milioni di tonnellate, mentre grandi quantità restano intrappolate nei fiumi e nell’Oceano. Poiché le vie di dispersione sono lente e cumulative, aspettare aumenta danni e costi. Una risposta credibile unisce la prevenzione a un recupero verificato nei punti in cui il rifiuto incontra l’acqua e negli ambienti marini. Intercettare prima, rimuovere ciò che persiste e documentare con trasparenza i risultati: così l’azione è proporzionata alla reale dimensione del problema dei rifiuti plastici.

Riferimenti

  • European Environment Agency – EEA (2020), Plastics, the Circular Economy and Europe’s Environment – A Priority for Action link
  • Ogyre (2025), Ogyre Protocol link
  • Ogyre (2025), Ogyre Code of Conduct link
  • OECD (2022), Global Plastics Outlook link
  • United Nations Environment Programme – UNEP (2024), Global Waste Management Outlook 2024 link
  • United Nations Environment Programme – UNEP (2023), Turning off the Tap: How the world can end plastic pollution and create a circular economy link
  • WWF (2022), Impacts of Plastic Pollution in the Oceans on Marine Species, Biodiversity and Ecosystems link

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